Pelli battenti, rullanti e risonanti

Il ritmo è, forse, la prima, rudimentale, forma di organizzazione umana. Siamo quasi certi che un “ohhh issaaa…” abbia contribuito enormemente ad una migliore gestione degli sforzi. Cosa sarebbe successo se tutti avessero fatto forza, tirato o spinto, tentato di sollevare o abbassare, solo quando andava bene a loro? Certo non avremmo avuto le piramidi, e molto altro.  Dalla voce al suono, ecco che allora i tamburi, strumenti tubolari cavi che originano un suono percuotendo la pelle tesa ad una delle estremità, hanno giocato un ruolo fondamentale nell’organizzazione del lavoro di primitiva memoria. Salvando parecchie ugole dall’usura. Sono anche diventanti un mezzo di comunicazione infallibile, tramite codici comuni che permettevano la trasmissione di messaggi a distanza, erano strumenti di minaccia e di annichilimento dei nemici in occasione di battaglie. Hanno rivestito un carattere ufficiale, cerimoniale, sacro o simbolico. Se è vero che raramente oggi le pelli naturali sono usate per gli strumenti, soprattutto dopo l’introduzione nel 1957 di pelle sintetica per le batterie da parte di Remo Belli, buon batterista ma soprattutto ottimo uomo d’affari, rimangono però soprattutto nelle tradizioni popolari molti strumenti che ancora si avvalgono di pelle naturale. Ad esempio in Sardegna nel periodo del Carnevale suonatori di tamburi sono i Tumbarinos nel paese di Gavoi e i Tamborrusu in Ogliastra. In Campania rimane la “Tammorra” un tamburo di grandi dimensioni realizzato con pelle di capra o montone che presenta cinque coppie di piattini risonanti e che ancora si accompagna alla caratteristica danza della “tammuriata”.

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